Fabio il negro è morto. Fabio il nero vive.

Fabio il negro è morto - Fabio il Nero vive

Fabio il negro è un nome storico della Curva Maratona. Uno di quelli che potrebbe essere il personaggio di un film di Tarantino, uno di quelli che “la sua fama lo precede”. Si raccontavano storie epiche su di lui. Sapevo chi era ma non gli ho mai parlato insieme. Lo chiamavano “il negro” perchè era scuro di carnagione.

Ieri ho visto una scritta sul muro, sulla strada che scende da Superga, che diceva “Fabio il nero vive”. Per un attimo mi è venuto in mente che qualcuno mi aveva detto che era morto, quella scritta me l’ha confermato. Ma c’era qualcosa che non mi tornava, c’era scritto “il nero”, non “il negro”. Eppure come ci potrebbe essere un’altro “Fabio il negro”, che però lo chiamano “il nero”? Così conosciuto e amato dalla curva tanto da dedicargli scritte sul muro? Non vado allo stadio da un po’ e non lo so con esattezza, ma mi sembra davvero strano che possa trattarsi di un’altra persona. Fabio il negro è morto, Fabio il nero vive.

E’ da anni che penso che il movimento Ultras sia stato abbattuto per motivi politici, perchè promotore di certi ideali e modi di essere antitetici al liberismo. Il movimento Ultras italiano, di diretta ispirazione a quello inglese (abbattutto circa un decennio prima), creava aggregazione territoriale sulla base di ideali romantici. Era l’ultima forma di aggregazione sociale basata sulla condivisioni di ideali comuni, e di appartenenza territoriale. Fino ai primi ’00 il movimento era ancora forte. I sindacati erano scomparsi, i partiti pure, ma gli ultras resistevano. Non gli ultras, le curve.

I gruppi Ultras facevano politica. E avevano potere mediatico, una vetrina sul mainstream ogni settimana. Un loro striscione veniva visto da centinaia di migliaia di persone. Gli striscioni non erano solo di insulti e sfottò, molti striscioni esprimevano il pensiero di quel gruppo sociale su fatti di attualità politica. Sebbene le curve fossero diverse le une dalle altre per valori e ideali politici, avevano tutte una tendenza al sociale e, sicuramente, non c’entravano niente coi valori del libero mercato. Con la società atomizzata fatta di individui in competizione fra loro, e non da gruppi. Gli Ultras erano gruppi, esistevano in quanto gruppi. Dovevano scomparire.

Si menavano, si, ma fra di loro, e alcune volte in modo cavalleresco (con tanto di strette di mano dopo le risse). In mezzo a questo c’era anche criminalità e violenza bieca, ma era in minoranza. L’ossatura fondante dei gruppi Ultras era fatta da gente che ci credeva davvero. Quelli che mandavano avanti la baracca era gente che ci credeva davvero. Non come oggi, dove i capi sono quelli che tengono il racket dei biglietti. Diventati capi per opportunismo e potere individuale. Questo poi non valeva per tutte le curve allo stesso modo, e per tutti i periodi lungo tutta la storia. Ma posso dire con un certa consapevolezza, per quanto abbia visto e sentito testimonianze di chi faceva parte di quel mondo, che il movimento Ultras italiano era spinto da valori sociali, di tipo storico-territoriale, non da violenza e criminalità.

In quel mondo antico, fatto da lavoratori che quando finiva il turno diventavano rappresentanti di qualcosa più grande di loro, che andava avanti da prima di loro, e che sarebbe andata avanti quando loro non c’erano più. In quel mondo antico c’era Fabio il negro. Oggi c’è Fabio il nero.

Oggi c’è Fabio il nero perchè le curve non son più curve. Perchè non fanno più politica, perchè non sono più portatrici di valori e aggregazione sociale. Le curve sono diventate teatri dove applaudire uno spettacolo se ti piace e fischiarlo se non ti piace. Oggi la cultura la fa solo più il sistema di comunicazione di massa. Il ragazzetto che ha fatto quella scritta sul muro è un ibrido, il prodotto dell’inerzia di una cultura morente e della spinta di una ascendente. Anzi, nel pieno del suo potere. Una cultura che cresce intere generazioni con degli schermi e degli altoparlanti. Dove i genitori, l’ambiente sociale e il territorio non tramandano più nulla, non insegnano più nulla. Nulla di ciò che esisteva da prima di loro, e che loro hanno imparato da persone, e non da altoparlanti. Una cultura che ha cancellato il contatto fra la gente e la loro storia. La Storia esiste solo nelle forme in cui le elites hanno deciso di raccontarla. Non fa più parte di noi.

Gli Ultras Granata, il gruppo principale della Curva Maratona, erano di sinistra, ma non troppo. Almeno, diciamo che lo erano per ragioni strutturali ma non ne facevano una bandiera. Come invece ne facevano i Vikings. I Korps e i V Colonna stavano dall’altra parte, anche della curva. La curva del Toro, come altre, sembrava davvero un Parlamento! Il ragazzetto che ha fatto quella scritta sul muro sarà sicuramente uno coi genitori di sinistra, forse uno dei due del Toro o tutti e due. Avrà sicuramente vissuto gli ultimi anni della curva, dove la curva non è più curva. Dove gli ideali di appartenenza sono solo ideali cosmetici. Dove molti ci credono solo perchè alla ricerca di un’identità, che questa società globale massmediatica ti smantella per proportene altre centinaia, a tuo uso e consumo. Il territorio e la sua cultura storica lo hanno portato ad essere ancora affezionato a qualcosa che vive da più tempo di lui, e che continuerà a vivere quando lui non ci sarà più. Ma lui lo interpreta con gli occhi della cultura dominante, silenziosa e asfissiante.

Per un ragazzetto di sinistra oggi si deve dire “nero”, e non “negro”. Se no non sei più di sinistra. Anche se quelli che avevano coniato il soprannome “il negro” lo erano, molto più di lui. O almeno, credevano di esserlo. Perchè la cultura dominante gli diceva che essere di sinistra signifacava difendere i lavoratori.

Brutta bestia, il liberismo.

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