METAFORE GLOBALI – MONDIALIZZAZIONE, 500 ANNI DOPO

 

Il viaggio, la conoscenza, a tutte e di tutte le latitudini, è quanto di più prezioso possiamo raggiungere per la nostra crescita individuale, ma soprattutto per quella collettiva. Crescita collettiva come consapevolezza. La consapevolezza che GLI ALTRI, altri popoli, altre persone, vivono le loro vite parallelamente alle nostre, con tutti i problemi, i dolori, le ansie, le gioie e le speranze che la quotidianità offre: un grande dono di cultura ed esperienze, una ricchezza inestimabile, da promuovere e da non disperdere. Soprattutto oggi, così interconnessi, istantanei, globali e forse, anche se non proprio soli, isolati.

Il Passato di una parte di mondo guarda il Presente, che forse è anche un pò nostro, proprio come lo era già cinquecento anni fa.

Preambolo   Dai percorsi della Memoria di Santiago del Cile, sorvolando le Ande fino al luogo più arido del pianeta. Lagune ed altipiani, laghi salati.

La natura selvaggia ed incontaminata della Bolivia irrompe sulla scena ospitando ciò che era mare: il lago salato più grande del mondo. Mapuche, Aymara, Tiwanaku, Inca. Civiltà scomparse eppure presenti. Nei volti, nei gesti, nelle storie, nelle parole, nei colori della gente. Indios, nonostante tutto.

Bambini e miniere, coca e povertà. Enormi ville e marciapiedi stracolmi di famiglie, anche questa è America.Ricchi e poverissimi. Sembra non esserci altro spazio.

Il trenino che svicola fra nebulose montagne, gelose custodi di uno spettacolo unico: da Wyna Picchu, si domina ciò che i colonizzatori non scovarono nella loro furia predatrice.

Il lago Titicaca, tra Bolivia e Perù. Qualcosa di grande nacque proprio qui, sull’Isla del Sol: ancora oggi piccole comunità vivono da queste parti, più o meno come allora, tra strani berretti e timidi sguardi.

Cile, Bolivia, Perù. Uno scorcio d’America, un viaggio tra Passato e Presente, epoca di metafore globali.

METAFORE GLOBALI

 

L’era della cavalleria è tramontata e gli è succeduta un’era di economisti e calcolatori” asseriva lapidario l’influente politico e diplomatico inglese George Canning – presto Primo Ministro di Sua Maestà britannica – nel 1823: proprio mentre l’Impero e l’occupazione iberica in America Latina si stavano dissolvendo.

Tutto in appena quindici anni: le colonie latinoamericane lottarono e conquistarono la propria indipendenza da potenze ormai moribonde. Dal Venezuela, all’Ecuador, dal Perù, al Cile, alla nascita alla Bolivia: tutte ex colonie, ora Repubbliche sovrane. Non più tardi l’Argentina e, portoghesi permettendo, il Brasile.

Canning aveva ragione, la gioia durò poco: le èlite, i grandi proprietari terrieri, ex coloni spesso sposati con indios – ciò generò nuovi ceti privilegiati e nuove oligarchie – e il libero commercio internazionale privo perlopiù di barriere, mantennero immutate le condizioni di sfruttamento e di arretratezza dei popoli latino americani, alla mercè delle classi patrizie nazionali e internazionali. Chiunque sgarrasse, veniva presto ricondotto sulla retta via: gli interventi militari prima spagnoli, poi inglesi o nordamericani, assecondati dai potentati locali, servivano, servono e serviranno sempre, a normalizzare e a ripristinare l’ordine ed il comando.Ad aprire nuovi mercati. Più che lo smacco del ribelle, è il cattivo esempio dato ai vicini o persino ai cugini oltremare. Non sia mai che prendano esempio e coscienza di sé.

Certi economisti, libero commercio e interessi multinazionali, profitto ad ogni costo: concentrazione della ricchezza e della povertà; qualcosa di familiare e di molto attuale.

Già con la Scoperta, l’America ci aveva donato la globalizzazione. Il pomodoro, la patata, il cacao, ma più che altro oro e argento a tonnellate – migliaia e migliaia – nei forzieri degli Imperatori, fiumi di denaro alle banche e ai mercanti.

Gli indios, i nativi, spazzati via in meno di un secolo: il 90% del totale, 70 milioni di morti. Il Processo di accumulazione capistalistica e quindi la Rivoluzione Industriale, affondano le proprie radici nel sangue amerindo e africano. Anche il razzismo, è una creatura dei conquistatori.

La globalizzazione dei nostri giorni, dove ha le proprie radici? Nelle baracche del Bangladesh, nelle fabbriche cinesi, vietnamite, serbe, ma anche pratesi. Ogni epoca ha i suoi schiavi, ogni epoca i suoi Re.

Eppure il XX° Secolo, secolo tragico ma anche di grandi conquiste sociali e civili, sembrava aver messo le classi lavoratrici, su un viale dove – parafrasando l’ultimo discorso al popolo del Presidente cileno Salvador Allende – uomini liberi, stavano costruendo una società migliore. Ad ogni latitudine.

Guerra Fredda. Due modelli economici agli antipodi si fronteggiavano e si spartivano il mondo. Nonostante ciò, spazi di compromesso erano possibili. Quel Patto tra Capitale e Lavoro che si realizzò in Europa nel dopoguerra, le lotte, le conquiste sociali e civili: Democrazia, Stato Sociale, benessere diffuso. Il vero progresso. Ancora oggi, ne beneficiamo. Ancora per quanto?

Il Mercato, il profitto ad ogni costo, contempla quello umano e sociale. Senza alcun limite.

Anche l’America Latina, ebbe la propria occasione. Ecco perché Cile. Ecco perché questa Storia. Chi volle la fine di questo esperimento collettivo e democratico, di questa sovranità finalmente conquistata dopo secoli di sottomissione e barbarie, potenziale modello per l’intero Sud America e per l’Europa divisa a metà, aveva già pianificato la reazione, il Terrore.

Un laboratorio, il mattatoio cileno: shock militare, politico ed economico. Sradicando cultura e coscienza collettiva, annientando conquiste sociali e civili, fu seminato un nuovo modello di società, o forse in verità, fu ripristinato il più arcaico, che come un fiume carsico riaffiora più vigoroso che mai, ad ogni epoca.

Dal Cile al mondo: dalla Bolivia al Perù, agli altri fratelli latinoamericani, dagli Usa, all’Inghilterra, dalla Cina aperta al mercato, alla Russia post sovietica, dal Sud Africa, a vaste zone del Medio Oriente, fino alla nostra cara e vecchia Europa.

Siamo sicuri che ciò che viviamo oggi sia soltanto una crisi? O magari è un cambio coatto di modello economico sociale?

Libera circolazione delle merci e dei capitali, privatizzazioni, deregulation, altissima disoccupazione, tagli sempre più profondi allo Stato Sociale, costretto ad estinguersi come una specie ormai perduta. Tasse, crescita incontrollata dei prezzi. Il Capitale finanziario e parassita, domina la realtà. Concentrazione della ricchezza e della povertà. In una parola: Neoliberismo.

Un modello Globale quindi, cinquecento anni dopo: le nazioni sono tornate colonie, vere e proprie aziende che macinano immensi profitti sulla pelle dei propri cittadini, per conto dei nuovi Imperatori. Poteri sovranazionali: istituzioni politiche non elette, banche e multinazionali.

Ancora la sua profezia, parafrasando George Canning: l’era della cavalleria, della guerra di potenza, militare e sistematica è tramontata e gli è succeduta un’era di economisti e calcolatori. I “tecnici”, la Finanza libera, lo spread. E i Popoli?

Dovranno con coraggio valorizzare la propria cultura, ritrovare la consapevolezza collettiva perduta o mai acquisita, quindi la Democrazia.

Oggi come ieri, tutto passa dalla sovranità politica ed economica. Non basterà seguire un nuovo Simon Bolivar. Strano ma vero, tutto iniziò quell’11 Settembre 1973 a Santiago del Cile.

(VIDEO: L’Altro 11 Settembre, Santiago del CIle, 1973 – Regia di Ken Loach)

APPROFONDIMENTI:  – In viaggio per il Sud America: CILE, BOLIVIA, PERU’ (2012).

FOTOVIDEO di Jacopo Brogi

Il profetico discorso all’Onu del Presidente cileno Salvador Allende (1972)(VIDEO da “Salvador Allende” di Patricio Guzmàn, 2004)    

Ogni Popolo ha la propria Storia e i propri antenati, eppure come testimonia il contributo dello storico Rafael Videla Eissmann, pubblicato da uno dei maggiori quotidiani cileni a 40 anni dal Golpe di Pinochet, qualcosa ci accomuna. E forse accomuna, ogni angolo del globo.

Da La Nación (Cile)

http://www.lanacion.cl/

Il destino del Cile Il territorio del Cile, la terra sacra dei Selk’nam, dei Mapuche, dei Diaguitas e degli Aymarás, è abitato da persone senza radici, senza alcuna connessione con coloro i quali li precedettero o con il paesaggio.

È incredibile approfondire la storia, o meglio, la preistoria del Cile, e venire a sapere dell’esistenza di un’antichissima civiltà originaria del continente polare, la “famosa regione antartica”, le cui tracce sono gli imponenti menhir e le costruzioni megalitiche scoperte dal sud al nord del paese. Corrispondono alle tracce dei chiles o viracochas, uomini-dèi civilizzatori dei miti aborigeni, i quali, come testimoniano i loro resti, erano organizzati in un ordinamento trascendente.

Oggi, invece, il territorio del Cile, la terra sacra dei Selk’nam, dei Mapuche, dei Diaguitas e degli Aymarás, è abitato da persone senza radici, senza alcun collegamento con coloro i quali li precedettero o con i luoghi. Potrebbero tranquillamente vivere e morire qui o in qualunque altro posto del mondo, dediti anima e corpo all’oro o al suo corrispondente attuale: il denaro.

Il territorio del Cile, mai occupato da potenze nemiche, è stato conquistato in modo sottile e pianificato dai germi più indistruttibili del materialismo e dalle strutture del supercapitalismo del “Nuovo Ordine Mondiale”.

Questo spiega l’attuale rivoltante profilo della società, della “gente” volgare e pacchiana e lo stile circense e persino ridicolo dei politici e dei candidati presidenziali, da sinistra a destra, i quali aspirano solo a gestire il Paese come una società regionale del globalismo e non come una Nazione, come un organismo vivo politicamente organizzato e con un destino superiore che ormai a quanto pare si è perso per sempre.  

Rafael Videla Eissmann

03.07.2013 – http://blog.lanacion.cl/2013/07/03/el-destino-de-chile/

Questo elaborato presentato Giovedì 16 Gennaio 2014, presso l’Associazione Culturale Girografando il Mondo di Colle Val d’Elsa (SI)

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