NOI SAPPIAMO: SIAMO PERSONE O CONSUMATORI?

Vox Populi inizia un percorso assieme ai lettori, una rubrica che via via ci porterà a riflettere sul nostro passato e sulla nostra contemporaneità. Molto umilmente, ed in semplicità, un omaggio a Pierpaolo Pasolini, immenso intellettuale, colui che per noi tutti aveva decifrato la realtà. La nostra quotidianità, 40 anni dopo.

IO SO PASOLINI

NOI SAPPIAMO DI AVER SUBITO UNA METAMORFOSI: SIAMO PERSONE O CONSUMATORI?

Intervista al Prof. Alessandro Falassi (*)

di Jacopo Brogi

Ci dicono che siamo in Crisi, tutto vero. Ma cosa è successo veramente? E se prima delle magre cifre dell’economia, dei freddi algoritmi della finanza, delle incandescenti previsioni sul riscaldamento globale, dovessimo guardare noi stessi, la nostra Storia, riscoprendo la nostra Cultura e tutto ciò che ci ruota attorno?

Ne parliamo con il Prof. Alessandro Falassi, senese, docente di Antropologia Culturale presso l’Università per Stranieri di Siena, studioso di festività e ritualità, costumanze e cerimonialità, etnologia del cibo, tradizioni senesi e toscane, Mangia d’oro della Città di Siena.

o Professore, già Pier Paolo Pasolini, a metà anni ’70, sosteneva che il consumismo, “la prima vera rivoluzione della Storia d’Italia”, ha cambiato radicalmente la cultura italiana in senso antropologico.  A quasi quarant’anni di distanza, qual’ è il suo pensiero?

Pier Paolo Pasolini nelle sue “Lettere Luterane” affermava che era avvenuta ” la fine di un universo. Milioni e milioni di contadini e anche di operai – al Sud e al Nord – che certamente da un’ epoca molto più lunga che i duemila anni del Cattolicesimo si conservavano uguali a se stessi, sono stati distrutti. La loro ” qualità di vita ” è radicalmente cambiata. Da una parte sono emigrati in massa in paesi borghesi, dall’ altra sono stati raggiunti dalla civiltà borghese.”

Crisi di valori, mancanza di valori.

Fine di guide ideologiche, filosofiche, politiche: fosse il marxismo o la teoria sociale cristiana della società, indipendentemente da Mosca o dal Vaticano che li volevano gestire. Il materialismo, il modello americano, ora interculturale e trasversale, ha sostituito ad un sistema ideologico il concetto del libero mercato ed il possesso delle cose come misura delle persone.

Possesso ed ostentazione di possesso. La cultura italiana è impoverita, materialmente arricchita, ma moralmente disseccata. Ciò che mi chiedono gli studenti che incontro in giro per il mondo, ai quali presento una lettura antropologica dell’Italia contemporanea, è perché manchi in Italia un’etica dello Stato. Purtroppo è ormai un nostro tratto distintivo.

Davvero imbarazzante sentirsi porre questa domanda.

o Mancanza di etica, mancanza di cultura.

Certo, le due cose vanno assieme. Manca la Cultura come conoscenza delle proprie radici, del proprio Presente, un progetto del proprio futuro. Il “Qui e ora”, Here and now prevale anche nelle giovani generazioni materialiste.

Manca entusiasmo per le idee quali che siano, manca un progetto, il voler cambiare il mondo. Questa voglia utopica è assente. L’utopia è tutt’altro che inutile, è come la stella polare, ha un valore di direzione, dà senso e progetto ad un’esistenza, specialmente quando si è giovani, dà delle speranze.

La mia generazione, per quanto ingenua, anarcoide, approssimata aveva una spinta vitale, una passione per le idee e per la società, che vedo oggi molto ridotta. E’ colpa di chi ha gestito la società così a lungo e così male. o Nel secondo dopoguerra si è passati dalla povertà al consumo in pochissimi anni. Inevitabile che l’individuo si sia “modificato”. Questo ha influito nell’educazione delle generazioni successive?

I nuovi italiani sono stati nel tempo educati a diventare consumatori, non persone più umane, più compassionevoli, più attente alla solidarietà sociale, alla giustezza delle componenti della società. Ma non c’è stato l’accumulo, c’è stato l’usa e getta. L’uso, getta e compra ancora. Rigetta e ricompra all’infinito.

o I Mass media, la televisione, la pubblicità hanno indubbiamente inciso in profondità su comportamenti, conoscenze e coscienze, hanno fabbricato e veicolato precisi modelli di riferimento, un pensiero unico. Da un recente studio Ocse sulla condizione educativa in Italia, si apprende come il 68,2% della popolazione, pari a 39.146.400 persone non sia in grado di comprendere il significato di un testo di livello elementare. Con queste basi, quali strumenti ha l’individuo per vivere consapevolmente in una società tanto complessa?

La televisione ha portato avanti modelli aberranti. “Essere è avere”.“Io consumo perciò sono”.

C’è stato un cambiamento di valori tra l’essere e l’apparire. Prima era la sostanza che contava, oggi conta l’apparenza. Come diceva Andy Warhol “L’apparenza è la sostanza”.

L’apparenza non è più “la maschera” messa sulla realtà, è una maschera dietro la quale non c’è niente. Al momento dell’Unità d’Italia il 77,7 % degli italiani era analfabeta, le donne analfabeta erano oltre il 90%. Oggi, dopo il grande sforzo di alfabetizzazione fatto dall’Italia post-unitaria e dalla prima televisione gli italiani hanno imparato l’italiano, ma è l’italiano televisivo: lingua romana in tele padana. Roma e Milano. L’analfabetismo di ritorno è un problema reale e preoccupante.

Basta leggere le tesi dei laureandi. Lessico, grammatica, sintassi, retorica. Manca quasi tutto! In genere si usa scaricare le responsabilità sul sistema scolastico e sulla famiglia, in realtà la comunicazione televisiva e visiva ha sostituito quella della parola scritta e un po’ anche quella verbale.

Che fare? Vanno recuperate la grammatica e la sintassi, ma soprattutto la capacità critica di leggere. Imparare a leggere l’immagine, imparare a leggere i segni, decifrare la retorica dei messaggi persuasivi, soprattutto dei messaggi politici. Ne parlavamo spesso con un amico recentemente scomparso, Omar Calabrese, che si occupava dell’iconografia, dell’iconologia, della comunicazione visiva attraverso la civiltà dell’immagine.

Poi c’è da imparare a leggere il linguaggio della politica!

In Politica ci sono tre famiglie di linguaggio: il cosiddetto politichese che dice e non dice, dice e subito nega, afferma una cosa ed il suo opposto. E’ un linguaggio di ossimori. Poi c’è il linguaggio ottimista a tutti i costi ed infine quello dell’invettiva personale, rissosa e virulenta. Forse il premier Monti ne ha reintrodotto un quarto che era stato quasi dimenticato. E’ il linguaggio dei politici apocalittici che ripete: siamo sull’orlo del baratro.

o L’individuo sembra ormai concentrato esclusivamente su se stesso, sulla propria esistenza, separato dal contesto sociale in cui vive. E’ un analfabetismo anche di ordine civico, storico, politico?

I cambiamenti sociali e la rivoluzione degli anni sessanta, che ha visto la fine della mezzadria e della famiglia patriarcale tradizionale ha creato la famiglia nucleare.

Al suo interno i rapporti di interazione e di filtro rispetto al mondo esterno sono saltati. La piccola comunità faccia a faccia, dove tutti si conoscevano, da una parte opprimeva l’individuo, ma dall’altra mediava tra l’individuo ed i grandi sistemi sociali.

Naturalmente una società ridotta a monadi si manipola meglio, oggi la famiglia media italiana è di 2 persone ,47. Papà, Mamma e “un po’ di bambino”, con tantissimi nuclei single parent, formati da un solo genitore. Ecco che senza più contrappesi, ognuno è lasciato in solitudine ad affrontare questo bombardamento di messaggi pervasivi e persuasivi, che attraverso le immagini con precisi modelli pubblicitari, ci danno le misure dell’esistere. Senza che l’individuo venga mai chiamato a riflettere criticamente. La tradizione lo faceva, ora dovremo imparare di nuovo a farlo, a porci le grandi domande esistenziali. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?.

o Come possiamo imparare a leggere, a decifrare questi messaggi?

Sottoponendoli a due criteri: il primo è quello della verità. Verità del messaggio e verità dell’emittente. Il messaggio è vero o falso? Il secondo è quello di valore: è buono o cattivo?

o Forse anche per tutto questo, in Italia più che in altri Paesi vale il principio “L’ha detto la televisione” e non “L’ho visto in televisione”. E’ una distinzione dirimente.

Bisogna ricordare che la televisione può mentire, che non di rado lo fa.

Chi dice la verità? Il genitore, il prete, la tradizione del mondo che non c’è più, il libro, l’articolo di giornale oppure la tv?

La cultura orale sembra un relitto del passato, il giornale di carta va scomparendo. Gli italiani leggono sempre meno libri, sempre più i computer. Oggi pensiamo che se “non l’ha detto la tv”, un fatto non sia neppure degno di attenzione, neppure rilevante.

Questo è molto pericoloso. Anche un prodotto, se non lo abbiamo visto in televisione, non lo tiriamo giù dagli scaffali del supermercato.

o Assalti per accaparrarsi cellulari, tablet e tv a sconti formidabili per l’inaugurazione dei nuovi megastore, migliaia di persone in fila per ore, viabilità bloccata, città in tilt. Una signora singhiozzante in fila “Non posso tornare a casa a mani vuote”. Il fine settimana si passa all’ outlet, al centro commerciale, sempre più riferimento ricreativo, punto di aggregazione. Che fine ha fatto “la piazza” spazio civico di svago e dialogo?

Gli agglomerati urbani si sono trasformati in dormitori e quindi i luoghi d’incontro tradizionale, la piazza, la fontana, il corso, Main street, non ci sono più. Ci si incontra virtualmente su Facebook o davanti alla tv e fisicamente dove si compra, dove si vende.

L’Outlet è la caricatura della vita reale. Ottimismo, svago, lustrini. Come certe crociere, puro lusso illusorio ed artificiale: una settimana in giro per il Mediterraneo a prezzi stracciati, per un paio d’ore in visita a Barcellona, a Valencia, alle Baleari. Ogni sera shopping e televendite a bordo. Si torna senza aver visto niente, senza aver digerito niente neppure a tavola, dove si serve fast foad mascherato da cucina internazionale.

o Crisi, poca liquidità eppure i centri commerciali sono sempre affollati. Sembra in via d’ estinzione pure la classica gita fuori porta, sono tutti incolonnati verso le aree commerciali, vere e proprie nuove città.

E cosa si cerca all’outlet, al di là di ciò che si acquista? Si cerca di superare un’angoscia esistenziale. L’angoscia di pensare al domani, alla fine del mese, alle tasse, alle utenze, alle bollette. L’angoscia, che è un fatto irrazionale, si supera irrazionalmente, all’outlet, rassicurandosi: “Io ho potere d’acquisto” ma soprattutto “Io ho potere di scelta, ho potere decisionale. Io valgo, io valgo perché compro”.

Compro magari un Armani, un Gucci, un Prada, un Dolce e Gabbana, un vestito come quello di Angelina Jolie. Più grande è il marchio, più grande il testimonial, più grande è la consolazione.

In cambio dei loro pochi o tanti soldi, le masse devono avere la loro soddisfazione, le grandi aziende lo sanno bene. Anche se per le masse spesso ci sono avanzi, fondi di magazzino, gli scarti degli scarti, gli invenduti più renitenti, falsi d’autore, tarocchi per i poveri.

Questa è la moda, iniziò Pierre Cardin escogitando il “lusso per le masse”.

Firme prestigiose con il logo in bella vista. Paghiamo per fare pubblicità ai grandi marchi che portiamo in giro sempre più giganti. Hai visto il giocatore sulle magliette Polo? E’ sempre più grande, ormai si vede a cento metri, la maglietta ci sparisce dentro… E’ un gioco di specchi.

Ci vediamo riflessi dentro un marchio, seguiamo affannosamente la moda invece di farla, di inventarla. Sembrare, apparire.

Fuori c’è crisi, ma questi luoghi colorati sembrano oasi festive dove la crisi non c’è, propongono un messaggio di ottimismo, danno conforto, le cose vanno bene, tutto è allegro, c’è sempre una fasulla effervescenza, un evento festivo, i palloncini non mancano mai. Gli Shopping center sono diventati un “discensore” sociale mascherato da ascensore, un globalizzatore dei consumi e degli stili.

Anche negli Outlet arrivano maree di prodotti dalla Cina, fabbricati con una certa disattenzione verso i diritti dei lavoratori. Ma di questo non si parla perché la Cina tiene in scacco gran parte dell’Occidente avendone acquistato il debito pubblico.

o “Cittadino” e “consumatore” sono ormai da considerarsi figure separate ed inconciliabili?

Dovrebbero essere separate e conciliabili. Un individuo non è ciò che consuma, non è ciò che ha, non è nemmeno ciò a cui ha accesso: c’è un nuovo tipo di comportamento che mira non tanto alla proprietà, al possesso, ma all’uso, il leasing. E’ un trend nuovo che supplisce fino a un certo punto alla mancanza di denaro. Non possiedo, ma uso e mostro. E’ la civiltà della rata e dell’immagine.

Eppure basterebbe ricordare che il denaro, è un buon servo ma un cattivo padrone.

o L’omologazione e il conformismo, sembrano la matrice caratterizzante dell’individuo consumatore, ciò dà indifferenza e rifiuto per tutto ciò che è “estraneo”. “Adeguarsi” è forse l’antidoto inconsapevole alla propria solitudine ed insicurezza. E chi non si adegua, chi non sa, chi non vuole adeguarsi?

I modelli culturali si apprendono dai leader del costume, principalmente divi tv e dello sport, protagonisti del Jet set nazionale ed internazionale. Ci si vuole uniformare a questi modelli.

Chi non si adegua è fuori o è forte. La zona di sopravvivenza è nella marginalità. Gli intellettuali sono marginali, perché non hanno vero potere, i giovani sono marginali perché non hanno vero potere.

Forse da questi due gruppi verrà qualche idea nuova, la riflessione su ciò che fa l’umanità, su dove va, su ciò che è veramente importante costruire.

Va ripensata la scala dei valori, vanno ridisegnati i progetti di vita ed i modelli di vita.

L’Italia ha ancora una straordinaria eredità culturale ed una straordinaria capacità creativa per il nuovo, il bello. Questo forse ci salverà, occorre una riflessione sui beni culturali materiali ed immateriali del nostro Paese e come viverli meglio.

o L’ossessione di Mazzarò era avere sempre più “Roba”, più che una novella del Verga sembra la nostra vita. Forse è proprio questa la nostra Crisi. Siamo ad un cambio d’Epoca. Da eterni insoddisfatti, come possiamo affrontare la “seconda rivoluzione della Storia d’Italia”?

Lavoro con i giovani, sono ottimista, mi auguro che ci siano dei correttivi a queste deviazioni del vivere civile e del vivere in collettività. Attenzione all’ambiente, agli animali, alle persone, al multiculturalismo che è la sfida delle prossime generazioni.

Mi auguro che i giovani sappiano amministrare tutto ciò, meglio di come la nostra generazione ha gestito quello che aveva ricevuto.

La globalizzazione, il clima, il rischio di collasso dell’ambiente, dell’economia, sono questioni enormi ed urgenti.

Vedo segnali positivi, rinasce la filiera corta come rapporto degli individui con la campagna, con ciò che mangiamo. “Siamo ciò che mangiamo”.

In Francia i bambini imparano le stagioni dei frutti e delle verdure. Quanti giovani sanno quando maturano le fragole? Gli americani hanno inventato le fragole con panna e quindi hanno creato un mercato, per cui le fragole sono disponibili 12 mesi l’anno, che siano nate in Perù, in Israele o nel Montana. Ma che sapore hanno? E che aspetto? Quando maturano gli zucchini? I carciofi? Le ciliegie?. Al supermercato li troviamo sempre. Che maturino tutto l’anno? Tutto ciò è profondamente artificiale. Quanti conoscono l’aspetto ed il sapore del timo, del dragoncello, della nipitella?

La territorialità, la stagionalità, sono le basi per un rapporto corretto con il cibo, che è il prodotto del territorio. L’identità territoriale si manifesta attraverso la produzione degli ingredienti, dei cibi, dei vini, che hanno ognuno la loro stagione, la loro maturazione. Ci insegnano la pazienza, i cicli dell’anno. Il rifiorire di mercati e mercatali a chilometri zero non è un solo fatto economico, quanto educativo: il recupero di un corretto rapporto fra uomo e natura è essenziale, ed è un progetto possibile, fattibile ora.

L’identità del luogo è anche fatta da ciò che il luogo produce. Purtroppo questo mercato globale ha la capacità di divorare tutto, marchiare tutto. Siglare le tshirt di Che Guevara e di Beethoven per venderle appaiate in qualche bazar accanto alla tazza col Colosseo. E’ pericoloso tutto ciò.

Non solo “il denaro non ha odore” come diceva Vespasiano, ma i prodotti non hanno odore, colore, né sapore.

I giovani di oggi non possono sopravvivere facilmente nella società attuale. Non è giusto che “la casa” valga una vita di lavoro.

Luce, acqua, gas, benzina. Non c’è denaro sufficiente neanche per i consumi di base, come fa un giovane a rendersi indipendente? E’ urgente ricreare dei modelli di vita alternativa per loro, la Politica deve correggere questo declino, che ha contribuito a creare a forza di familismo amorale e di vergognoso nepotismo.

o Si tornerà, magari in altre forme, alla famiglia allargata di un tempo?

Non potrà essere un ritorno alla famiglia patriarcale, ma la rinascita dei gruppi faccia-a-faccia, ad una solidarietà più stretta tra generazioni. Tra energia ed utopia da una parte, saggezza ed esperienza dall’altra.

Una nuova grande alleanza tra giovani e vecchi.

“Per andare avanti bisogna guardare indietro”, non per ripetere il Passato, ma per inventare un Futuro dalle misure umane.

 

(*) = intervista pubblicata dal magazine online metissiena.org nel mese di Aprile 2012. Il Prof. Alessandro Falassi, insigne studioso e grande personalità dei nostri tempi, è prematuramente scomparso il 19 Febbraio 2014.  La nostra rubrica NOI SAPPIAMO, è dedicata anche a lui.

 

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