Speranze europee: la ricostruzione laburista verso un ritorno a sinistra?

Il clima politico si sta surriscaldando al di là della manica.

Sebbene le premesse possano sembrare disastrose, c’è un monito di speranza. È vero, le elezioni politiche si sono svolte da poco, a maggio 2015, e la vittoria di Cameron sembra non aver cambiato niente nelle priorità politiche del governo di Sua Maestà: controllo del debito pubblico, austerity, privatizzazioni, libera circolazione di merci e capitali ma non di esseri umani. In una parola, neoliberismo duro e puro.

Per i Tories è stata una vittoria storica: il partito non ha avuto bisogno di alleanze con nessuno (alle elezioni vinte nel 2010 si erano presentati al fianco dei Liberal Democrats) e, seppure a fatica, ha resistito anche all’ingombrante Ukip di Nigel Farage. Naturalmente il testa a testa più importante è stato quello contro il partito laburista guidato da Ed Miliband, il quale è stato massacrato.

Che è successo? Un ruolo rilevante è stato giocato sicuramente dalla legge elettorale: il regno è diviso in distretti, e si siede in parlamento solo chi vince nel proprio distretto. Questo può generare paradossi importanti, come quello riguardante l’Ukip di Farage, che con il 12,7% dei voti ottiene una sola poltrona, mentre il partito conservatore con il 36% ne occupa 330, ovvero il 50,8% delle sedie disponibili in parlamento.

Il gioco dei distretti è stato d’impiccio anche per il partito laburista.

La Scozia, infatti, dove prima i labour avevano un buon bacino di elettori, ha voltato le spalle a Miliband per la posizione presa durante il referendum, ovvero di votare contro l’indipendenza.

Sebbene la vittoria del No al referendum abbia mantenuto i confini del regno inalterati, le conseguenze del voto alle politiche del maggio scorso sono state determinanti: lo Scottish National Party ha conquistato tutta la regione diventando la terza forza politica del paese, facendo perdere molte poltrone che furono dei laburisti. Dov’è il monito di speranza? sembra un paradosso, ma la bella notizia è la completa disfatta del partito laburista che finalmente, dopo vent’anni di compromessi con il neoliberismo accettati da Tony Blair in poi, sembra rimettersi seriamente in discussione.

C’è uno scontro molto forte all’interno del partito, e c’è una candidatura alla leadership dei Labour che ha creato scompiglio tra i vertici del partito e nei media britannici: si tratta di Jeremy Corbyn, uno degli anziani del partito, uno dei pochi che si era opposto al compromesso neoliberista negli anni 90; si era opposto un po’ a tutto in verità: alla guerra in Iraq, alla guerra in Afghanistan, alla guerra in Kosovo, all’apartheid in Sud Africa, agli abusi d’Israele in Palestina. Si è messo di traverso contro l’austerità e le privatizzazioni del settore statale. Sembrerebbe una mosca bianca nel partito che una volta era socialista come lui. Contro ogni aspettativa, Corbyn sta scalando le classifiche tra i papabili leader di partito e il 12 settembre si scoprirà chi guiderà i labour verso le prossime elezioni.

Ad appoggiarlo sarebbero soprattutto le giovani generazioni che vedono in lui l’unica proposta che non intenda condannarle all’inevitabilità di una vita precaria.

La rinascita di un vero partito di sinistra al di là della manica non sarebbe una cosa da poco. Innanzitutto perchè non si tratta di un esperimento di compromesso tra istituzioni europee e politici locali come sta accadendo in Grecia con Syriza o in Spagna con Podemos.

Qui stiamo parlando di un paese che quando decide di fare delle riforme sembra farle senza pietà. È il paese che ha demolito il settore pubblico non appena Margaret Thatcher ha deciso di farlo, senza guardare in faccia nessuno, lavoratori, sindacati, o poveracci in generale. Ma ancor prima è stato il paese in cui proprio il partito laburista, dopo la storica vittoria contro Winston Churchill nel 1945, ebbe la forza e il coraggio, nel giro di quattro anni, di nazionalizzare trasporti, miniere, elettricità, costruire migliaia case popolari (belle case popolari) e fondare il primo servizio sanitario nazionale della storia, con il dichiarato obiettivo di “fornire la migliore assistenza sanitaria possibile, per tutti”.

Il Regno Unito fu un modello di riferimento per tutti i governi d’Europa. Così come lo fu dopo il ribaltone della Tatcher. E fu un modello anche per tutti i partiti di sinistra che conversero verso destra dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

Il filone dei labour fino a oggi rispecchia con precisione ciò che è accaduto  alla sinistra italiana, dal Pci al PDS fino all’Ulivo, per poi passare da Veltroni che scimmietta Tony Blair e cancellare ogni traccia di sinistra nell’odierno PD di Renzi.

L’Inghilterra ha rappresentato in questi anni il modello neoliberista per antonomasia, liberalizzando i mercati, distruggendo i sindacati  e trasformando i partiti di sinistra in partiti che dovevano accettare la “mancanza di alternativa”.

Il voto ai Conservatori di Cameron è stato un voto dettato dalla paura: d’altra parte è bastato guardare ciò che è accaduto al di là della manica per spaventarsi. Tutto sommato in Gran Bretagna non ci si può lamentare: prima della crisi i tassi disoccupazione erano al 6,5%, come in Italia. Ora in Italia sono al 12,6% mentre in UK si sono fermati al 7,5%. Dati da prendere con le pinze, chiaramente: tra gli occupati c’è una quota enorme di lavoratori part-time che non riesce ad arrivare a fine mese e una speculazione edilizia che rende sempre più difficile pagare mutui e affitti.

I servizi sociali vedono situazioni che per fortuna in Italia ancora non siamo costretti a vedere; e i fondi per gestirli, come da noi, sono in continua diminuzione. I cocci delle politiche neoliberiste per ora sono nascosti sotto il tappeto, ma questa situazione non può durare a lungo, soprattutto se da sinistra si riuscisse a far puntare i riflettori nella direzione giusta.

È vero, viviamo in tempi di profondo scetticismo, e sperare in un vecchio socialista in Regno Unito non è certo un grande sollievo.

Il sistema finanziario e il fondo monetario internazionale permetteranno un cambio di rotta nelle politiche del regno?

Se mai ce ne fosse la possibilità, sarà una dura lotta. Più che sperare e tenere d’occhio la piazza, non possiamo fare.

Ricordandoci che il Regno Unito ha ancora la sua moneta sovrana, e qui un governo democratico avrebbe ancora la possibilità di spenderla in maniera diversa dai diktat delle istituzioni sovranazionali, se ne avesse la volontà.

Cercando di non farci nuove illusioni, ci terremo aggiornati.

Un pensiero riguardo “Speranze europee: la ricostruzione laburista verso un ritorno a sinistra?”

  1. Bisogna tornare tutti a zappare la terra, cioè ad operare per il bene supremo di tutti. In primo luogo bisognerà ridurre l’orario di lavoro portandolo a 25 ore alla settimana con diversi turni per favorire il lavoro per le nuove generazioni. Infine, bisognerà distribuire la ricchezza in maniera equa proteggendo socialmente le famiglia. Il labourismo potrebbe rilevarsi ancora una volta la novità del terzo millennio in Gran Bretagna, in Europa e nel mondo. Abbiamo bisogno di credere. Grazie, bravo Riccardo.

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