Il lavoro: questione di parole.

Le lingue antiche erano più ricche di quelle moderne. Questa maggiore ricchezza si riscontra in particolare nella loro consapevolezza che ogni termine può avere un significato alto e uno basso.

Prendendo spunto dalla musica, in cui ogni nota può essere suonata in ottave sempre più alte pur rimanendo la stessa, possiamo dire che ogni termine ha un’ottava alta e una bassa. Ad esempio, il termine “religione”. All’ottava bassa re-ligio significa “legare, incatenare”, ma all’ottava alta significa “ri-unire”.

Per esempio le lingue antiche avevano tutte almeno due modi per dire “amore”, uno era quello fisico, passionale l’altro intellettuale, potremmo dire spirituale.

In latino “Amor” deriva dall’egiziano antico “Meri” (MRJ) che significava, appunto, “amare” ed era rappresentato dal geroglifico dell’aratro che solcava la terra: un chiaro riferimento all’atto sessuale e alla fecondazione. E infatti il termine “amare” si riferisce all’amore sessuale.

Nelle lingue neo latine è rimasto questo termine così quando diciamo amore diciamo amore sessuale e la parola crea la realtà, non importa che ne siamo consapevoli o meno. Infatti l’amore latino è famoso per essere passionale, ma anche geloso e possessivo (come solo un amore del corpo può essere) e lo è proprio, anche, per questa origine semantica. Insomma, ogni parola porta con sé un pesante fardello accumulato nei secoli.

Il discorso fatto prima vale anche per il termine “lavoro”.

Le lingue antiche avevano due modi di dire lavoro. Il latino aveva, per esempio ,”labor” e “opus”. Il labor è il lavoro servile, quello degli schiavi. L’opus è quello degli uomini liberi, che fanno ciò che amano fare, condividono se stessi con la loro comunità e l’arricchiscono con la loro azione.

Non c’è bisogno che dica quale dei due termini è sopravvissuto nella nostra lingua. Ai francesi è andata peggio, dato che lavoro si dice “travail”, travaglio, come i parti difficili e dolorosi. (Noto velocemente che mentre i ricercatori spirituali del passato realizzavano la Grande Opera, oggi fanno un “lavoro su se stessi”).

Nel tentativo del “principe del mondo” di rendere l’uomo schiavo, neanche la lingua ha avuto scampo. Anche terminologicamente ha reso il lavoro servile, ed è particolare che la nostra costituzione si riferisca ad una “repubblica fondata sul lavoro”, un po’ come dire “fondata sul lavoro dei servi”.

In inglese il concetto di lavoro servile è reso da “job”, come il cognome idolatrato del fondatore di Apple… Forse sarebbe cosa buona arricchire la nostra lingua e dire che la società del futuro sarà fondata non sul “lavoro” ma sull” Opera, sull’attiva partecipazione dell’individuo secondo la propria passione e il proprio Amore (in senso spirituale) alla ricchezza (opu – lenza, innanzitutto dell’ “essere” e poi dell’ “avere”) della propria comunità. Così il servizio dell’uomo per la propria comunità non sarà più un’attività servile da cui percepire un salario, come fosse un’ elemosina.

Sarà la condivisione di se stesso e della propria anima con la collettività, e la retribuzione sarà la ricompensa per la gioia che la comunità tutta (ivi compreso l'”operante”) proverà nel partecipare a tale attività/espressione di se stessi.

Questo presuppone che l’uomo venga educato fin da piccolo a recuperare il contatto con le proprie profondità e con la propria libertà interiore e questo significa ribaltare il concetto di educ – alien- azione a cui oggi, dalle più tenera età, siamo sottoposti, per essere addomesticati e trasformati in innocui ingranaggi del grande Noi che è l’appartenenza alla società occidentale. Ma questa è un’altra storia.

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