GRECIA, PROVE TECNICHE DI FUTURO. IL NOSTRO

ATENE

Non è affatto il nuovo Bangladesh europeo, come i media internazionali si ostinano a dipingerla; la Grecia è dolosamente e strumentalmente brandita a minaccia, a monito di cosa accadrebbe al futuro dei popoli europei se non accettassero ancora più austerità e sacrifici.

E’ un piccolo paese di appena undici milioni di abitanti, dove la maggior parte dei cittadini possiede un immobile di proprietà. Il vincolo esterno ha causato devastazioni senza pari sul tessuto economico, sociale e civile.

Da queste parti, tutti ormai sanno cos’è la TROIKA (triade composta da Fmi, Commissione Ue, Bce): licenziamenti, tasse, tagli salariali e previdenziali, privatizzazioni, distruzione dei contratti collettivi di lavoro, disoccupazione di massa, che significa anche esclusione dal Servizio Sanitario Nazionale (ad oggi, tre milioni di persone).

“Se vuoi il bene di tuo figlio, non lasciargli nulla” sentenzia un detto di nuovo conio nato sotto le macerie dell’austerità.

Ogni mercoledì, si mettono all’asta anche gli immobili di quella classe media che non può più permettersi il mutuo o che deve fare i conti con le tasse arretrate. Perdere la prima casa, è una possibilità concreta e ormai frequente.

Marianna ha 24 anni e lavora da nove mesi senza sosta per quattordici ore al giorno, sette giorni su sette. Barista di giorno, cameriera di sera. A fine mese, mette in tasca poco più di mille euro. Vorrebbe sposarsi, ma non hanno tempo neanche per vedersi, oltre che soldi per organizzarsi: il costo della vita è alto, gli unici sconti forse li trova al supermercato, magari sullo tzatziki made in Germany. Ormai la concorrenza sleale delle industrie del nord, ha quasi sepolto le imprese greche.

Fasce popolari ormai sprofondate nel baratro, un ceto medio che sta consumando i risparmi di una vita, che si sta indebitando per tirare avanti, un impoverimento costante e sistematico. Eppure i Caffè di Atene son stracolmi, anche durante la settimana. Come i locali della movida, ma il pienone si fa vivo nel weekend.

Le cifre ufficiali parlano di una disoccupazione al 27,5%, coi giovani senza lavoro che sfiorano il 60%. La realtà potrebbe dare sorprese molto peggiori, anche se Atene non ha il degrado di alcune periferie romane.

La “CRISI”, questo cambio coatto di modello economico, è una trasformazione lenta e graduale: il welfare familiare, le pensioni, il lavoro nero, l’evasione fiscale di sopravvivenza, garantiscono ancora lo spazio vitale ad una classe media che si sta proletarizzando. Al posto degli operai alle catene di montaggio, i commessi dei centri commerciali, gli addetti ai call center. Stiamo parlando soltanto della Grecia?

Ovvio, che quando ci si affida ai prestiti e alle cure del Fondo Monetario Internazionale, non si può pensare di aver a che fare con la Croce Rossa: le misure di austerità previste dai Memorandum, sono state imposte in un clima di terrore generalizzato, uno “Stato di Polizia”, un presidio territoriale permanente. Le principali manifestazioni di protesta sono state represse da polizia e forze speciali, peraltro non interamente greche. Molte testimonianze parlano di agenti dai capelli biondi che parlavano inglese e tedesco.

Mai, connazionali avrebbero sparato lacrimogeni contro l’eroe nazionale Manolis Glezos, il partigiano che nel 1941 salì fin su l’Acropoli per ammainare la bandiera nazista simbolo dell’occupazione tedesca. Adolf Hitler aveva pagato le prime due rate tra debiti e riparazioni di guerra al governo collaborazionista ellenico, Angela Merkel si rifiuta democraticamente di corrispondere ciò che deve. Anzi, chiede e ottiene ulteriori sacrifici al popolo greco. Ancora lacrime e sangue.

“Oggi siamo di nuovo sotto occupazione” dice con voce ferma l’ex ammiraglio della Marina militare Antonis Papantoniou, dimessosi a suo tempo, quando ormai l’amata Patria era già una colonia. E’ un’occupazione economica, ottenuta tramite la finanza e l’ordoliberismo, cioè col liberismo che diventa infrastruttura giuridica e arma letale. Un protettorato di banche e multinazionali nel cuore del vecchio continente.

I greci non dimenticano la tragedia nazista, ma neppure la loro patriottica Resistenza che li liberò dagli oppressori e che forse risultò decisiva per la capitolazione della Wehrmacht ormai già in cammino verso la Russia, dove l’attendeva il Generale Inverno.

La Storia si ripete sottoforma di drammatica farsa: ai nazisti di Alba dorata era stata delegata la sicurezza nelle strade, la violenza sugli immigrati era assecondata da uno Stato ormai anch’esso nemico e Straniero. Molte famiglie chiedevano sicurezza agli squadristi, che porta a porta distribuivano viveri e medicine. Oggi, le teste rasate sono il terzo partito, foraggiate dai denari di diversi armatori ellenici.

Persino la vice ministro del Lavoro Rania Antonopoulos (che in uno studio del 2013 presentato alla Columbia University, dedicato ai Piani di Lavoro Garantito per la Grecia, affermava che “il paese non ha alcuna sovranità” – quindi pienamente consapevole di cosa si possa fare avendo a disposizione gli opportuni strumenti di politica economica) riesce a sostenere che “i greci con il loro voto al governo Tsipras hanno chiesto di rimanere nella zona euro”.

Peccato che Syriza non abbia mai fatto una campagna informativa e formativa nè interna al partito, nè alla sua base elettorale, nè al popolo durante la campagna elettorale.

Come funziona l’eurozona? Cosa implica farne parte?

Dalla vittoria di Syriza alle elezioni politiche (scaturite a seguito di un mancato accordo politico per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il partito di Tsipras era già da un anno il primo partito dopo le elezioni europee), si è assistito ad una sorta di istantaneo “scongelamento” di quel clima di tensione durato anni, alla smilitarizzazione diffusa. Il potere che si riavvicina magicamente al cittadino, un’atmosfera più distesa, animi più sollevati, quasi una liberazione. Dalla sera alla mattina.

Si respira un sentimento di speranza collettiva, anche i più scettici, i più critici e diffidenti sembrano vedere l’orizzonte. Qualcosa può ancora cambiare, nonostante sia stato di fatto contratto un altro memorandum.

I media spingono l’ansia di futuro e accrescono l’attesa. Il ministro Varoufakis su ogni copertina, dalle riviste di gossip alle pagine finanziarie, alle t-shirt “Varou Fucker”. Trasmissioni radio e tv, giornali. La gente ne parla, finalmente partecipa, ma virtualmente. Dibatte tra nemici tedeschi e novelli rivoluzionari senza cravatta.

Eppure tra i passanti, parlando con le persone che ti aprono le loro case, le loro vite, quasi nessuno sa cosa sia l’euro, mentre tutti conoscono l’austerità, avendola provata sulla propria pelle.

Nonostante sia l’euro a dare austerità, il nesso non viene colto, perchè non c’è mai stata e non c’è a tutt’oggi un’ informazione oggettiva sull’euro. Uscire?

“Perderò tutti i miei risparmi!”, “COME IN SIRIA!”. Se non ci fosse un piano B, a cosa servirà mai questa attesa simulata, tramutatasi ormai in aspettativa popolare?

L’uscita della Grecia dall’euro (che prima dei memorandum, avrebbe significato la salvezza per il paese: nessun problema finanziario, nessun problema per la sostenibilità del debito pubblico, nessun vincolo se non l’economia reale, con la possibilità concreta di rilanciare la produzione nazionale e l’occupazione), oggi significherebbe rimanere a casse vuote e necessitare di aiuti finanziari extra UE. Non è più una questione economico finanziaria, nè tantomeno europea.

Il governo greco avrà la forza di abbandonare la sfera geopolitica occidentale per avvicinarsi a quella russo cinese?

Gli Usa potrebbero mai permettere un epilogo del genere avendo già sul tavolo il risiko ucraino, quello siriano e mediorientale?

Cronaca e Storia ormai si rincorrono, la speranza del popolo greco è anche la nostra, altrimenti vivere oggi ad Atene, significherebbe solo sperimentare il nostro prossimo futuro.

Più vicino che mai.

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