MMT: Bernie Sanders apre nuovo fronte per il Partito Democratico USA

di Francesco Chini

Riportiamo un articolo di Vox.com, a firma di Dylan Matthews, nel quale si evidenzia il crescente ruolo della MMT nella discussione economica e politica degli Stati Uniti e l’importanza del senatore Bernie Sanders, il quale, tra l’altro, potrebbe candidarsi alle presidenziali del 2016 portando proprio i temi della Modern Money Theory nel dibattito statunitense.

Un documento giornalistico quindi importante, che fa seguito alla nomina di Stephanie Kelton quale Economista Capo alla Commissione Bilancio per la minoranza, anche per capire le dinamiche internazionali in cui è inserita la MMT e da ribadire con forza in sede nazionale.

Fonte:  www.vox.com

Traduzione: Francesco Chini MMT

Una nuova prospettiva per il Partito Democratico degli Stati Uniti d’America I repubblicani – nuovamente maggioranza – sono senza dubbio il principale problema con cui il presidente Obama deve confrontarsi al Senato, ma anche l’opposizione da parte della corrente di estrema sinistra del Partito Democratico è in evidente crescita come dimostrano le recenti posizioni di palese scontro con la Casa Bianca su nomine al Tesoro e atti legislativi di spesa assunte da Elisabeth Warren, senatrice democratica del Massachusetts.Ma una sfida netta alle tradizionali posizioni dei democratici sulla programmazione economica – espresse da Barack Obama, Bill Clinton, Walter Mondale tra gli altri – è lanciata da Bernie Sanders, senatore del Vermont e nuovo capogruppo dei democratici alla Commissione Bilancio.

La nomina a economista capo di Stephanie Kelton, professoressa della University of Missouri-Kansas City, è la grande mossa di Bernie Sanders. Stephanie Kelton può non essere un nome famigliare a molti, ma chi segue i dibattiti di politica economica con attenzione è in grado di comprendere la caratura paradigmatica di tale scelta.

Per lungo tempo il principale punto di contesa sulle leggi annuali di programmazione economica, tra i negoziatori democratici e repubblicani, riguardava le modalità con cui arrivare al pareggio di bilancio – cosa tagliare, cosa tassare, con quanta rapidità implementare siffatte manovre – senza porre tuttavia in dubbio la necessità di raggiungere tale obiettivo, e anche la stragrande maggioranza degli economisti di sinistra sono concordi nell’affermare che nel medio periodo è meglio ridurre il debito pubblico piuttosto che aumentarlo.

Simili presupposti sono rigettati da Stephanie Kelton la quale ritiene che, nella maggior parte dei casi, i surplus di bilancio per il settore pubblico siano estremamente nocivi e pareggiare il bilancio del settore pubblico sia molto pericoloso.

Ad esempio Stephanie Kelton considera i surplus di bilancio effettuati durante l’amministrazione Clinton non solo immeritevoli di lode bensì causa di danni per l’economia che si sono protratti per più di due lustri.

Cesura teorica netta. Solitamente gli economisti, impiegati dai democratici, consistono in rispettati keynesiani di specchiata reputazione i quali sono soliti utilizzare modelli economici mainstream e i cui dissensi con gli economisti più ortodossi derivano in massima parte da conclusioni politiche di stampo diverso piuttosto che da differenti visioni accademiche e di teoria economica.

Per esempio Greg Mankiw è stato uno tra i massimi consiglieri economici di Georg W. Bush come Christina Romer lo è attualmente di Barack Obama e ambedue tali economisti hanno grandemente influenzato lo sviluppo della cosiddetta Nuova Macroeconomia Keynesiana, una teoria economica che ha assunto rilevanza dagli anni Ottanta e che è possibile affermare che oggi domini l’àmbito accademico. Ciò che distanzia Romer da Mankiw sono le linee politiche scelte da loro, non la teoria economica.

Stephanie Kelton dissente da Christina Romer e Greg Mankiw sulla teoria economica. Anzi, sarebbe più corretto affermare che Stephanie Kelton dissente in merito alla teoria economica con quasi ogni economista che ha collaborato con Georg W. Bush e Barack Obama.

Stephanie Kelton è tra i più influenti promotori della MMT, ossia Modern Money Theory, un movimento accademico eterodosso che è ritenuto essere orientato a sinistra nell’àmbito economico e che si pone in netto contrasto con la Nuova Macroeconomia Keynesiana e con le altre teorie economiche mainstream.

La MMT, infatti, sottolinea come ogni Paese che emette la propria valuta non può mai restare a corto di denaro in quanto esso ha sempre la facoltà di emettere ulteriore moneta. Il motivo, per cui le tasse ci sono, non è quindi per finanziare qualcosa bensì per fare in modo che le persone utilizzino proprio la valuta che lo Stato richiede che essi usino e non, ad esempio, il bitcoin. In alcuni rari casi si verifica una eccessiva domanda di beni e servizi da parte dei consumatori, di conseguenza i prezzi sono sospinti al rialzo da parte dei venditori e si genera inflazione.

A quel punto, le tasse necessitano sì di essere aumentate al fine di calmierare l’economia ma la MMT sottolinea come si tratti di un’eventualità assai rara. James Kenneth Galbraith, un altro economista molto vicino alle posizioni MMT, una volta aveva affermato che l’ultimo momento storico nel quale una situazione simile si era verificata fu durante la prima guerra mondiale.

La principale lezione che si può trarre da questa analisi è che il pareggio di bilancio non è affatto necessario da perseguire in alcun lasso di tempo, e che i tentativi di ottenere l’equilibrio nei conti pubblici comportano il deteriorarsi dell’economia. Ciò è esattamente quanto Stephanie Kelton afferma che si sia verificato successivamente ai surplus di bilancio effettuati durante l’amministrazione Clintonverso la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, ritenendo che ogni dollaro in surplus pubblico non possa che necessariamente causare indebitamento privato e che, siccome l’indebitamento privato non può salire all’infinito, a un certo punto qualcosa inizi a cedere.

In quel momento il settore privato incomincia a contrarsi, l’economia va in crisi e i conti pubblici ritornano in deficit. Minoranza nella minoranza Le politiche economiche di Obama (e di Clinton) vengono spesso criticate da sinistra, ma nell’àmbito accademico si tratta di posizioni assolutamente minoritarie persino tra gli economisti progressisti.

Nel 2011 Paul Krugman, ad esempio, aveva affermato che la MMT era completamente errata. La necessità che i titoli di Stato siano acquistati da della gente c’è ancora e, se i tassi d’interesse su tali titoli s’innalzano troppo, assolvere integralmente al pagamento degli interessi senza scatenare una inflazione galoppante diviene difficoltoso. “Dal momento in cui si esce da una trappola della liquidità, mantenere ampi deficit pubblici senza aver accesso ai mercati finanziari è una ricetta che comporta una rischio inflattivo molto alto, addirittura iperinflazionistico,” scrisse Krugman. Nel 2012 Joe Gagnon, economista presso il Peterson Institute, fece rilevare come Australia e Canada avessero effettuato consecutivi surplus di bilancio per anni senza conseguire contraccolpi negativi sulla loro economia. Sino a non molto tempo fa gli economisti mainstream e i legislatori potevano agevolmente ignorare la MMT.

Galbraith affermò che, quando egli nell’aprile 2000 durante un incontro alla Casa Bianca disse che il surplus nel bilancio statunitense causato dall’allora recente legge sul budget federale avrebbe generato il deterioramento del quadro economico, le centinaia di economisti ivi riuniti gli risero in faccia. Da allora è cambiato tutto. La crisi finanziaria ha generato enormi appetiti verso un modo nuovo di riflettere sulle questioni economiche, e la MMT ha stimolato tale riflessione.

Oggi si richiede anche a persone come Krugman di stare quantomeno molto attente nell’argomentare le proprie posizioni. L’ascesa di Stephanie Kelton alla Commissione Bilancio del Senato è un altro importante passo nel promuovere la MMT affinché tale teoria economica possa agevolmente essere accolta tra i democratici più a sinistra. […] Al di là della teoria e in termini concreti, si tratta di un segnale dal punto di vista politico ossia che Bernie Sanders è pronto a respingere il metodo di lavoro impostato del suo predecessore Patty Murray, e che si basava su un processo decisionale consensuale, a favore dell’elaborazione di budget di programmazione economica che prevedano un netto incremento della spesa pubblica e che molti membri del suo schieramento – così come gli esperti economici della Casa Bianca – respingerebbero al mittente.

Un bel grattacapo per un’amministrazione che avrebbe preferito contare su un gruppo democratico coeso dal momento che si va verso una inevitabile battaglia parlamentare con i repubblicani.

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