su i “terroristi”

In questo articolo mi propongo di affrontare la questione dei “terroristi”, ricorrendo a un precedente storico a noi molto vicino. L’unità d’Italia.

Cosa centra il Risorgimento italiano con il terrorismo, direte voi. Punto per punto cercherò di rispondervi. Partiamo dalla pagina più emblematica delle guerre di indipendenza: la conquista del Sud.

Il Sud costituiva allora il “Regno delle Due Sicilie” con capitale a Napoli. Era guidato dai Borbone, che si erano insediati nuovamente sul trono dopo la breve parentesi napoleonica. Il regno, libero e indipendente fin dal 1734, era prospero con un debito pubblico minimo, notevoli riserve auree, grandi opere civili in corso e le tasse più leggere d’Europa. Non solo. La sua flotta era seconda in Europa solo a quella inglese, dotata di ben 472 navi. Questo spaventava l’Impero britannico e, indovinate, chi finanziò l’impresa bellica piemontese?

Esatto, gli inglesi. Che gli inglesi cercassero di distruggere gli interessi francesi non era cosa nuova, basti pensare alle guerre napoleoniche, volute in primis dall’Inghilterra che cercava di arginare le conquiste rivoluzionarie. Nel giro di pochi anni dopo la conquista piemontese del sud le riserve meridionali, che ammontavano a circa 400 milioni dell’epoca scomparvero e andarono a ripagare parte del debito piemontese.

Se esaminiamo i bilanci di quegli anni, nel 1860 si contrassero 416 milioni di debito; nel 1861 cinquecento quattro milioni; nel 1862 cinquecento milioni. Citiamo un documento dell’epoca: “In un triennio si sono spesi 1420 milioni oltre lo introito fissato ne’ preventivi! Preso un termine medio da’ bilanci de’ tre anni 1860, 1861, 1862 risulta, che il nuovo regno d’Italia spende 900 milioni l’anno, e ne ha una rendita di soli 400. Sul proposito la Opinione di Torino N. 159, osserva: “Il ministro Sella ha esposta la condizione delle finanze in tutta la sua gravità; egli ha scoperta innanzi a noi una voragine , la quale minaccia di inghiottirci, la voragine del disavanzo che allargasi d’anno in anno, comunque nel biennio 1860 – 1861 si fosse ricorso al credito pubblico con imprestati diretti, o con alienazione di rendita residuale delle nuove province; per lo che il debito pubblico è quindi aumentato in due anni di circa 925 milioni sommando così a sei miliardi. E per esso si pagano annue lire 308 milioni e mezzo di soli interessi (agli inglesi finanziatori); somma che salirà ancora se si effettua il prestito che è ne’ voti de’ nuovi amministratori; nel quale caso la totalità del debito dello Stato ascenderà alla enorme cifra di sette miliardi!”.

Non solo. Risultato dell’Unità fu anche l’affermazione delle teorie liberiste di influenza inglese e l’allargamento del mercato meridionale che impedirono la possibilità alla Sicilia di far fronte alla concorrenza dei prodotti provenienti dal Nord con conseguente compressione di tutte le iniziative economiche tendenti allo sviluppo.

Incominciò lo sfruttamento fiscale, drenaggio dei capitali verso il Nord, strozzatura del credito, investimenti pubblici preferenziali per il Nord, strozzatura delle commesse, strumenti legislativi e protezionistici penalizzanti per il Sud, ecc. Nascevano sempre nuove imposte statali, provinciali e comunali, tra cui l’imposta di successione, detta anche “tassa sul morto”, le tasse sugli affari, sulle società, sulle registrazioni, sulle porte e finestre…e persino sulle bestie da soma, una specie di odierna tassa di circolazione.

All’indomani dell’Unità, riconoscendo le obbligazioni del Banco delle Due Sicilie verso la propria clientela, un Decreto Dittatoriale di Giuseppe Garibaldi consentiva, di fatto, al nuovo Stato di poter mettere le mani sui depositi nel senso che obbligava l’Istituto di Credito, quale banca pubblica, a finanziare con il denaro, depositato nel Sud Italia, tutte le opere pubbliche e tutti gli interventi statali in genere, quali industria ed agricoltura, garantendoli tramite l’emissione di titoli, del nuovo Stato, sul debito pubblico.

In tal modo si finanziò il Piemonte e tutta l’industrializzazione del nord.

Incominciarono le manovre che portarono più avanti alla fondazione della Banca d’Italia, che nel 1893 accorpò tutte le banche che fino ad allora potevano battere moneta in seguito allo scandalo della Banca Romana che coinvolse anche Giolitti.

In quel tempo le maggiori banche italiane si erano impegnate in prestiti a lungo termine soprattutto nel settore dell’industria edilizia e finirono col rimanere strettamente legate a quelle imprese da cui dipese alla fine la loro vita.

A causa della crisi del settore edilizio, crollarono numerose banche: il Banco di Sconto e Sete, la Banca Tiberina, il Credito Mobiliare, la Banca Generale.

Il tonfo più clamoroso fu quello della Banca Romana per lo scandalo politico-finanziario che ne derivò.

Lo scandalo della Banca Romana, e in generale la crisi del sistema bancario, era causato dalla grave depressione iniziata nel 1887-88 e dagli eccessivi investimenti nel settore edilizio, dopo il trasferimento della capitale, specialmente a Roma e a Napoli a seguito delle operazioni di risanamento seguite al colera del 1884, che si rivelarono fallimentari per la stessa Banca Romana.

Dopo aver riscontrato un disavanzo di 9 milioni di lire, fu aperta un inchiesta che condusse nel 1892 ad accertare che la Banca Romana, a fronte dei 60 milioni autorizzati, per cui possedeva sufficienti riserve auree, aveva emesso biglietti di banca per 113 milioni di lire, incluse banconote false per 40 milioni emesse in serie doppia.

Allora come oggi non si poteva lasciare che uno scandalo bancario coinvolgesse personaggi di spicco della politica (come Giolitti, Crispi, il re Umberto I oltre ad altri parlamentari…) e il processo del 1894 si concluse con l’assoluzione degli imputati, dopo che i giudici nella sentenza denunciarono la sparizione di importanti documenti, necessari a provare la colpevolezza degli imputati.

Il procedimento penale venne quindi archiviato senza emettere alcuna condanna. Così, in pochi anni, sorse la cosiddetta “questione meridionale”: un regno che fino a poco prima era prospero e indipendente, moriva di fame.

Il suo popolo fu obbligato ad un esodo di proporzioni bibliche verso lidi lontanissimi e spesso inospitali.

Fra il 1876 e il 1914 il numero di italiani meridionali che dovette abbandonare per la miseria la propria terra toccò i 14 milioni.

Insomma, attraverso i debiti e i giochi monetari si ridusse un paese alla fame.

Già questo suona lievemente familiare. Ma non è tutto e arriviamo al punto di connessione con l’odierno terrorismo.

La colonia meridionale non si piegò subito. Il popolo, messo con le spalle al muro, si ribellò dando vita a rivolte. Come soffocare queste rivolte nel sangue e obbligare il popolo del Sud ad accettare la “colonizzazione”? La risposta fu semplice e puramente “terminologica”: nacque il brigantaggio.

Chi si opponeva era definito “brigante” e veniva fucilato nelle piazze. Ora vediamo che la storia tende a ripetersi.

I briganti di ieri sono i terroristi di oggi.

Chi non si piega al capitalismo e alle imposizioni dell’impero globale è definito terrorista e viene bombardato, fino ad arrivare alla parodistica situazione che abbiamo visto in Palestina in cui le azioni israeliane, comprese le uccisioni di bambini e civili, venivano definite atti di guerra, quelle palestinesi atti terroristici.

La guerra al terrorismo si fonda su questo fraintendimento che è un vero e proprio inganno mirante a delegittimare l’opposizione e giustificare l’attacco. E noi dobbiamo testimoniarlo. L’alternativa è quello che è avvenuto con l’Unità di Italia.

Oggi si conserva poca memoria di quegli anni. Ci si ricorda solo che sono esistiti dei “ladruncoli” e che sono a buon diritto stati sterminati. Alto deve svettare il tricolore sopra il busto di Garibaldi.

Ps. Nota di redazione. L’unità di Italia fu fatta anche grazie all’appoggio della massoneria politica di stampo inglese e americano, che vedeva nelle proprie fila lo stesso Garibaldi, oltre che Mazzini e altri. La loggia che sorse allora si chiamava Propaganda 1. Le logge furono duramente represse da Mussolini durante il fascismo e furono riportate dagli americani quando ci “liberarono” dalla dittatura, con l’aiuto della mafia. Fu allora che fecero risorgere dalle ceneri la massoneria eversiva, in ottica anticomunista, dandole un nome significativo, un nome che portava avanti le tradizioni ottocentesche di perseguimento di un Nuovo Ordine Mondiale attraverso la distruzione degli Stati e della Religione (che non vuol dire, come a volte equivocato, chiesa). Non c’ è bisogno di dirvi come è stata chiamata questa “nuova” loggia.

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